giovedì 3 dicembre 2015

Parvinder Aoulakh non è una Strega. di Rebecca di Santo

A Parvinder Aoulakh è stato dato fuoco.
Come fosse una pira funeraria.
Come fosse una Strega.
Benzina sulla pelle,
fuoco nella carne.
Lei è Anna Göldi.
Lei è biologia che ora stenta a rimanere attiva.
Il Respiro di una donna che cerca aria
nell'aria d'Occidente.
Se dovesse davvero morire
io sarei morta.
Se dovesse davvero morire
l'Inquisizione avrebbe vinto.
E allora 
andrebbero cancellate le voci del verbo amare
rispettare
vivere.
Rebecca di Santo


La sera del 12 novembre scorso il marito le ha dato fuoco perché lui e sua madre non sopportavano la sua educazione occidentale.

Parvinder Aoulakh detta Pinky

“Idolatria” di Rebecca di Santo

Cena a tema, in due. 

La proposta la attraeva e al contempo la impressionava. 

Ma Leonardo era noto per essere un eccellente cuoco e un bravissimo intrattenitore. Così Lucia accettò. 

Il tema erano i libri di Stephen King. 

Leonardo si fece trovare vestito da pagliaccio. 

Fin troppo banale. Il libro era IT. 

Il più crudele dei mostri, quello che fa sorridere i bambini e poi li uccide. 

Lucia divenne Annie Wilkes. 

È pur vero che in Misery Annie non fa una bella fine ma era eccitante essere vestita in maniera così dismessa. 

A tavola Lucia inizia ad osservare il pagliaccio. 

Invece di trovarlo inquietante lo trova ridicolo. 

Mentre beve raffinato vino nero inizia a pensare che Annie non gli farebbe finire la serata. 

Magari potrebbe strappargli la parrucca e intagliare quel bellissimo scalpo. 

Rifinire col coltello il suo sorriso suadente. 

Condire con la salsa di avocado l'insipido collo. 

I panni di Annie le calzano sempre più perfetti e al tempo stesso iniziano a starle stretti. 

Così condisce quel personaggio con dell'eccitante veleno e inizia a danzare attorno ad IT con il coltellaccio luccicante. 

La prima cosa che divenne evidente al momento della danza, fu quel sorriso idiota che si aprì da un orecchio all'altro e iniziò a sanguinare. 

Lucia aveva sempre voluto salvare George Denbrough.

Rebecca di Santo

il cappellino da pioggia di George Denbrough

“Nuove psicopatie. Vecchie solitudini” di Rebecca di Santo


Beatrice non ha paura dell’età che avanza, almeno questo crede.

Teme però la riduzione delle aspettative.

Il restringersi claustrofobico del mondo.

Più lo conosce e più diviene piccolo (il mondo, s’intende).

Fa tutto ciò che si deve fare:

beve molta acqua

(anche quando non ha sete anzi, soprattutto quando non ne ha),

fa respiri profondi (ogni volta che si ricorda di respirare),

a pranzo carboidrati a cena proteine,

non fuma ed è casta.

Il sabato in edicola acquista un quotidiano, ogni volta diverso.

Arrivatata a casa lo getta, intonso, nella raccolta differenziata.

Prende delle pillole, a orari fissi. Così le ha detto il dottore.

Le regolano l’umore.

Lei pensa sempre che le regolino i sorrisi e il sonno e la fame e che quindi,

in realtà, nulla le appartenga.

Lei pensa che anche il pensiero che sta pensando proprio ora

non sia proprio suo.

È un pensiero pensato dalle molecole che le somministrano.

Ma non fa nulla, in fin dei conti va tutto abbastanza bene.

Se non fosse per questa storia delle aspettative.

Se non fosse per questa sensazione di futuro assente.

Beatrice ha 16 anni e nessuno le ha mai detto di volerle bene.



Rebecca di Santo


Paul Hill, Legs over high Tor, Matlock, Derbyshire 1975

di Vlad-Artazov, fotografo ceco
di Zanele Muholi, Umalzi, Sudafrica

mercoledì 2 dicembre 2015

"Compiti per scuola: pensierini" di Rebecca di Santo




Ieri sera la mamma e il papà hanno preparato la pizza.

Ieri sera la mamma ha apparecchiato la tavola.

Ieri sera papà ha fatto le porzioni.

Ieri sera avevo fame e sete.

Ieri sera ho potuto bere l'acqua con la cristallina.

Ieri sera la tavola era pronta per quattro.

Ieri sera, come da tanto tempo, eravamo in tre.

Io non ricordo mio fratello.

Lui è volato con il suo motorino e io ero troppo piccola.

Ieri sera, come da tanto tempo, il cibo che mio fratello non ha mangiato l'abbiamo messo in una gavetta.

La gavetta di nonno, che ha fatto l'alpino.

Ieri sera mia mamma, mio papà e io abbiamo portato la gavetta col cibo a Jules.

Jules si copre di cartoni e non si lava.

Ieri sera, come da tanto tempo, ci ha sorriso, senza nessuna parola.   

Rebecca di Santo










"In quale stile nuota la morte" di Rebecca di Santo

La pancia bagnata è divenuta quasi insensibile. 
Il braccio destro irrigidito. 
Bhekisisa prova a muoverlo ma fa un gran male all'altezza della spalla. 
Come se una bocca di fuoco stesse tentando di mangiarlo, da dentro. 
Il braccio sinistro pende tentando di generare movimento. 
Ma è più che altro un tic che Bhekisisa asseconda ed osserva, come se quel braccio neanche le appartenesse. 
L'orecchio destro non sente più. 
Giorni e giorni a subire il risucchio dell'acqua che sale fra le stecche del legno. 
Ed ora quasi tutto il suo corpo è assopito. 
Anche la sua mente è incerta. 
Fra delirio e chiarezza. 
Sospesa nell'enorme blu di quel mare e di quel cielo. 
Sopra di lei. 
Sotto di lei.
Il sapore salato di una consapevolezza: 
una zattera, per quanto mezzo di fortuna, non può affondare.
E così Bhekisisa galleggia in questo liquido amniotico verso il suo strano e lunghissimo morire.
Rebecca di Santo

 




mercoledì 25 novembre 2015

...i vostri nati torcano il viso da voi. Primo Levi


Ago e filo per cucirsi la bocca.
Migranti al confine greco macedone.
Se questo è un uomo. Primo Levi

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi,
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

 Migranti si sono cuciti le labbra con ago e filo . Confine fra Grecia e Macedonia.

Non cercateci stiamo servendo Allah. di Rebecca

Ma quanti anni hai?
Ne ho 16, ne ho 17, ne ho un milione, non sono ancora nata.

Ma perché vai a fare la guerra?
Vado perché sarò libera, vado perché potrò vivere la mia fede, vado perché ho deciso che quella è la mia vera vita.


E così Samra Kesinovic e Sabina Selimovic lasciano alle famiglie questo messaggio: 
Non cercateci, stiamo servendo Allah.

Al momento di questa scelta avevano 16 e 15 anni ed era l'aprile del 2014.
Sono fuggite da Vienna, la loro città, per andare in Siria.
Due ragazze di origine bosniaca.
Sabina è morta in un conflitto a fuoco, era dicembre scorso.
Samra invece, dopo aver partorito, voleva allontanarsi dalla città di Raqqa, ma questo non è previsto per chi decide di servire Allah in senso all'Is, e per chi contrae matrimonio con i combattenti.
Perché le due ragazze si erano sposate.
Già da qualche tempo la stampa europea riportava voci di una volontà di Samra e di Sabina di staccarsi da quel mondo che avevano così caparbiamente voluto.
Ma fuoriuscire da questo mondo parallelo è impossibile.
Un mondo nel quale molti giovani entrano volontariamente, ma da cui uscire con altrettanta chiarezza di volontà sembra non essere previsto.
Così Sabina e Samra sono morte per Allah, sotto colpi di arma da fuoco l'una e sotto la violenza delle botte l'altra.
È molto difficile interpretare tutto questo percorso.
I contatti con chi stimola e fa crescere simili motivazioni.
La convinzione che cresce e diviene entusiasmo e dogma.
Il silenzio nel quale queste ragazze sono andate a dormire con l'emozione del loro progetto.
E non so bene se siano state vittime di un progetto troppo diverso da loro e se siano state protagoniste di una scelta ottusa.
In ogni caso, avevano gli occhi bellissimi e si sono fatte fregare, ma questo capita a tante ragazzine che si fanno donne in un mare di cazzate.
Rebecca