lunedì 9 ottobre 2017

“Nella nostra casa vivono due guerre” di Svetlana Aleksievič


Una grigia casa prefabbricata in via Kachovskaja, uno dei tanti edifici a più piani, tutti uguali, anonimi e ogni anno sempre più tetri, che caratterizzano una buona metà di Minsk. L’appartamento dove sono venuta in visita, però, ha qualcosa di particolare. “Qui da noi troverà due guerre”: è con queste parole che vengo accolta sulla soglia. Olga Vasilevna Podvisenskaja ha servito come sottufficiale in un’unità della flotta del Baltico. Suo marito, Saul Genrichovic, è stato sergente di fanteria.

Si comincia, come sempre, dalle foto di famiglia. 
Sfoglio a lungo gli album, accuratamente e amorosamente ordinati e sempre pronti al posto d’onore. Per gli ospiti ma anche per se stessi. Ogni album ha un titolo: “Le nostre famiglie d’origine”, “La guerra”, “Le nozze”, “I figli”, “I nipoti”. Mi piace questo riguardo per le vicende della propria vita. È un amore per il vissuto che si nutre delle testimonianze fotografiche delle presenze amate che l’hanno abitato. Non mi capita spesso d’imbattermi in un tale senso della casa, della reale presenza della stirpe, di un filo d’unione che attraversa il tempo, anche se sono già stata in centinaia di case, in famiglie d’ogni genere, di intellettuali e persone semplici, in città e in campagna. Indubbiamente, la frequenza delle guerre e delle rivoluzioni per le quali siamo passati ci ha fatto perdere l’abitudine a mantenere il legame con il passato, a tessere con cura la tela della genealogia. A spingere lo sguardo in profondità nel nostro passato ed esserne orgogliosi. Ci siamo, al contrario, affrettati a rimuoverlo dalla memoria, a cancellarne le tracce, perché certi ricordi conservati con cura potevano trasformarsi in prove a carico e costare la vita. Più in là della nonna e del nonno nessuno sa niente e non cerca le proprie radici. Occupati com’eravamo a edificare la storia, vivevamo però alla giornata, della memoria breve del quotidiano.

Ma qui è tutta un’altra cosa.

“Sono davvero io questa?”, ride Olga Vasilevna e si siede accanto a me sul divano, prendendo una foto che la mostra in uniforme da marinaio, decorata di onorificenze militari. “Ogni volta che guardo queste fotografie mi meraviglio. Saul le ha fatte vedere alla nostra nipotina di sei anni, che mi ha domandato: ‘Nonnina, prima eri un ragazzo, vero?’”.

“Volevo chiederle una cosa, Olga Vasilevna: lei è partita subito per il fronte?”.

“La mia guerra è cominciata con l’evacuazione, quando ho lasciato la casa, la mia giovinezza. Per l’intero tragitto il convoglio è stato bombardato, mitragliato, gli aerei scendevano in picchiata. Ricordo un gruppo di ragazzi di un istituto professionale, erano saltati giù dal vagone, avevano tutti la divisa scolastica, nera. Un bersaglio ideale! Sono tutti morti, presi d’infilata dalle mitragliate degli aerei che volavano rasoterra. Forse chi gli sparava poi li contava come birilli. Riesce a immaginarselo?

Lavoravamo in fabbrica, avevamo i pasti assicurati, non si stava male. Ma avevo il cuore in fiamme. E cominciai a scrivere all’ufficio di leva chiedendo di essere arruolata. Una, due, tre volte. Nel giugno del 1942 mi arrivò la cartolina precetto. Eravamo trenta ragazze. Per raggiungere Leningrado assediata ci fecero attraversare il lago Ladoga su chiatte scoperte, esposte al tiro nemico. Della mia prima giornata nella città, stretta nella morsa del blocco, ricordo due cose: la notte bianca e un reparto di fanteria di marina, in uniformi scure. L’atmosfera era carica di tensione, le vie deserte e silenziose, le sciabolate di luce dei proiettori nel cielo lattiginoso e quei marinai, con le cartucciere di mitragliatrice incrociate sul petto, come durante la guerra civile. Mi sembrava d’essere in un film.

La città era completamente circondata. Il fronte era a due passi. Con il tram numero tre si potevano raggiungere le officine Kirov, e così ci si ritrovava già in prima linea. A ogni giornata non troppo nuvolosa, ripartiva il cannoneggiamento, a puntamento diretto. Martellavano senza sosta. C’erano alcune grandi navi attraccate ai moli, naturalmente mimetizzate, ma non si poteva comunque escludere un attacco a sorpresa. Venne costituito un reparto speciale di mascheramento fumogeno, al comando del tenente di vascello Aleksandr Bogdanov, già comandante di una divisione di motosiluranti. Le ragazze erano in maggioranza diplomate di istituti tecnici, qualcuna stava già frequentando l’università quando era stata richiamata. Il nostro compito era proteggere le navi con una cortina di fumo. Non appena i cannoni ricominciavano a martellare, i marinai imbarcati si aspettavano che intervenissimo: ‘Speriamo che le nostre ragazze si sbrighino a tirar su la cortina, staremmo più tranquilli’. Mentre tutti si precipitavano nei rifugi antiaerei, noi uscivamo con i nostri automezzi attrezzati con il fumogeno. In sostanza, come si dice, facevamo da bersagli. Perché i tedeschi sparavano su quello che vedevano, e vedevano la nostra cortina.

Come cibo c’era lo stretto necessario, quel che era possibile in una città sotto assedio, ma in qualche modo si tirava avanti. Prima di tutto eravamo giovani, e questo vuol dire molto, e in secondo luogo avevamo sotto gli occhi l’incredibile esempio degli abitanti di Leningrado. Perché in definitiva noi, per misere che fossero le razioni, avevamo un minimo vitale garantito, mentre loro li vedevamo afflosciarsi sui marciapiedi, consumati dalla fame. Morivano camminando. Ogni tanto ci venivano a trovare dei bambini e noi cercavamo di dargli qualcosa da mangiare sperando che si riprendessero un po’.

Non erano bambini, sembravano dei minuscoli vecchietti. Piccole mummie. Ci raccontavano del menù dell’assedio, se così si può dire: minestra di cinture o di scarpe di pelle, vecchie e nuove, gelatina a base di colla da falegname, frittelle di senape. Tutti i gatti e i cani della città erano stati mangiati. Non c’era più in giro un passero o una gazza. Si dava la caccia anche ai topi per metterli in pentola o magari arrostirli. A un certo punto i bambini non si erano più ripresentati e noi li avevamo aspettati a lungo. Probabilmente erano morti. E quando arrivò l’inverno e Leningrado restò senza più combustibile, ci mandarono a demolire la case in uno dei quartieri della città dove c’erano ancora delle costruzioni in legno. Il momento peggiore era quando arrivavamo a un’abitazione condannata. Ci trovavamo davanti una bella casa abitata fino a poco tempo prima, gli inquilini erano morti o partiti, più spesso morti. Lo si capiva dalle stoviglie ancora sul tavolo, dagli oggetti. A volte passava una buona mezz’ora prima che qualcuno si decidesse ad alzare il piccone. S’immagina la scena? Restavamo tutti lì in attesa di chissà cosa. Solo quando il comandante si avvicinava e calava il suo ferro, cominciavamo anche noi a demolire.

Abbattevamo gli alberi, tagliavamo il legname, trasportavamo casse di munizioni. Ricordo che una volta sono crollata sotto una di queste casse, pesava più di me. Da un lato, c’era questa fatica da uomini. Ma per noi donne c’erano anche altre difficoltà. Le faccio un esempio. A un certo punto mi hanno dato il comando di una squadra. Tutti uomini, giovanissimi. Passavamo le giornate a bordo di una vedetta, un’imbarcazione piccola, senza latrina sulla prua. I ragazzi si arrangiavano, in caso di necessità si liberavano fuori bordo, senza problemi. Ma io come facevo? Un paio di volte, non potendone più, sono saltata direttamente in acqua tenendomi a galla nuotando. E loro avevano urlato: ‘Caposquadra in mare!’ e mi avevano recuperato. Un problema di poco conto, sembrerebbe. Ma provi lei a trovarsi in una situazione del genere! È da impazzire. E quanto pesavano le armi! Ne ha un’idea? All’inizio ci hanno dato dei fucili che erano più alti di noi. Quando le ragazze marciavano, le baionette le superavano di almeno mezzo metro.

Per gli uomini era più facile adattarsi a questa vita di privazioni, a questo tipo di rapporti. Ma noi provavamo una terribile nostalgia della nostra casa, della mamma, del calore familiare. C’era una ragazza di Mosca, Nataska Zilina, che aveva ricevuto una medaglia al valore e come ricompensa una licenza di qualche giorno. Quando è rientrata l’abbiamo annusata, tutte quante. Ci siamo letteralmente messe in fila per annusarla, per sentire gli odori della casa lontana, tale era la nostalgia del focolare. E alla distribuzione della posta, che gioia quando vedevamo il nostro nome su una busta! La calligrafia di papà! Quando capitava un momento di riposo ricamavamo qualcosa, dei fazzolettini o altro. Quando distribuivano le fasce per i piedi, noi ci facevamo delle sciarpette, magari con una bordura a maglia. Avevamo sempre voglia di occuparci di ‘cose da donna’! Sentivamo tantissimo la mancanza di questo elemento femminile, non ne potevamo più! Cercavamo qualsiasi pretesto per prendere un ago in mano, cucire qualcosa, recuperare sia pure brevemente la nostra vita normale. Ovviamente c’erano anche momenti di allegria e perfino di gioia, ma non era più come prima della guerra. Si viveva in un modo strano, come sospeso”.

Il registratore conserva le parole, l’intonazione. Le pause. Il pianto e lo smarrimento. Però mi rendo conto che quando una persona parla succedono molte più cose, e diverse, rispetto a ciò che si riesce poi a fissare sulla carta. Soffro di non poter “registrare” gli occhi, le mani, la loro vita durante la conversazione. Il loro racconto, per così dire, autonomo. I loro “testi”.

“Sono due guerre, le nostre. Proprio così”, interviene Saul Genrichovic. “Ogni volta che parliamo di quegli anni, ho la sensazione che lei ricordi una guerra sua e io una mia. Ho vissuto senz’altro anch’io dei momenti simili a quelli che le ha appena raccontato Olga: la casa da abbattere o quella ragazza rientrata dalla licenza davanti alla quale le altre si mettevano in fila per odorarla. Ma di queste cose non ho conservato alcun ricordo. Mi sono passate accanto senza che le notassi. Però tu non le hai ancora raccontato dei berretti. Olja, come hai fatto a dimenticare una cosa del genere?”.

“Non l’ho dimenticata. È qualcosa di talmente… mi fa paura il solo pensiero di doverne parlare. Ogni volta. Ecco com’è andata: all’alba le nostre vedette hanno preso il mare. Erano alcune decine. Poco dopo abbiamo sentito i rumori del combattimento che cominciava. Aspettavamo. Tendevamo le orecchie. La battaglia durò parecchie ore e a un certo punto sembrò avvicinarsi alla città. Ma poi i colpi si allontanarono e piano piano si fece silenzio. Prima del tramonto sono uscita sulla riva: sul canale del Mare galleggiavano ovunque berretti da marinaio, i nostri. I berretti, le larghe chiazze rosse, gli spezzoni di legno raccontavano dei nostri ragazzi scagliati fuori bordo. Sono rimasta lì a lungo a veder passare uno dietro l’altro quei berretti. Ho cominciato a contarli, ma poi ho rinunciato. Non riuscivo ad andarmene, ma neanche a guardare. Il canale del Mare era diventato qualcosa come la loro tomba comune.

“Saul, dov’è il mio fazzoletto? Ce l’avevo adesso in mano. Ma insomma, dov’è?”.

“Ho imparato a memoria parecchi dei suoi racconti e li ho, come dire, adattati per i nostri nipoti”, continua Saul Genrichovic. “E spesso non racconto la mia, di guerra, ma la sua. Per loro è più interessante, l’ho proprio notato. Io ho più competenze militari concrete, lei più sentimenti. E i sentimenti sono sempre più forti dei fatti. Anche da noi in fanteria c’erano delle ragazze. E bastava la presenza di una sola di loro perché noi ci dessimo un contegno, ci curassimo di più nella persona e nei modi. Non può immaginarsi quanto. Non può davvero immaginarselo!”. E subito aggiunge: “Anche questa espressione l’ho presa da lei. Non può immaginarsi come sia bello, in guerra, sentire il riso di una donna! Una voce femminile!

“Poteva nascere l’amore, in guerra? Sì! E le donne che abbiamo conosciuto in quelle circostanze sono state delle mogli meravigliose, delle amiche fedeli. Quelli che si sono sposati al fronte sono le persone, le coppie, più felici. Anche noi ci siamo incontrati e innamorati in guerra. In mezzo al fuoco e alla morte. È un legame solido. Non voglio sostenere che sia andata sempre così, perché la guerra è stata lunga, eravamo tanti, ed è successo di tutto. Ma ricordo di più le cose buone.

“La guerra mi ha reso migliore. Senza ombra di dubbio! Sono diventato un uomo migliore perché lì si soffre molto. Ho visto soffrire e ho sofferto molto anch’io. Tutto quel che non è essenziale viene spazzato via in un attimo. Lo capisci da te. Ma c’è una cosa che abbiamo paura di confessare, di dire perfino a noi stessi. Ed è che la guerra si è vendicata di noi. Ci ha raggiunti nel destino personale di alcune delle nostre figlie, che non è stato felice. Le madri, che avevano combattuto, le hanno cresciute come erano state cresciute loro, nell’esperienza del fronte. E anche i padri. Secondo quella stessa morale. E al fronte, come le ho detto, saltava subito fuori di che pasta era fatto ognuno di noi, com’eravamo e quanto valevamo, non c’era modo di tenerlo nascosto. Le nostre figlie, quindi, non avevano idea che la vita fuori casa potesse essere tutta un’altra cosa rispetto a com’era in famiglia. Non erano abbastanza preparate al lato crudele dell’esistenza. Si sposavano fiduciose e finivano nelle mani di farabutti che le ingannavano, perché ingannarle era facile come bere un bicchier d’acqua. Storie del genere sono capitate spesso alle figlie di molti nostri compagni al fronte. E anche alla nostra”.


Foto di Jo Hedwig Teeuwisse 
La fotografa sovrappone foto della seconda guerra mondiale a foto attuali degli stessi luoghi. 
In questo modo la realtà rivela i suoi fantasmi.

Foto di Jo Hedwig Teeuwisse 
La fotografa sovrappone foto della seconda guerra mondiale a foto attuali degli stessi luoghi. 
In questo modo la realtà rivela i suoi fantasmi.



Foto di Eugeniusz Lokajsk
Varsavia 1944


“Non so bene perché, ma ai nostri figli non raccontavamo mai della guerra. Probabilmente per risparmiarli. Ma abbiamo fatto bene?”, si chiede con aria pensierosa Olga Vasilevna. “Non portavo neanche i nastrini delle decorazioni. Me li sono strappati una volta e ho smesso di appuntarmeli. Ecco com’è andata: dopo la guerra lavoravo come direttrice di un panificio. Durante una riunione, il capo del consorzio, anche lei una donna, ha notato i nastrini e mi ha rimproverata davanti a tutti perché li esibivo, neanche fossi stata un uomo. Anche lei aveva una medaglia al merito del lavoro, inalberata in permanenza sulla giacca, ma le mie decorazioni chissà perché non le andavano a genio. Quando rimanemmo sole le dissi, con tutta la mia franchezza marinara, quel che pensavo, la svergognai ben bene, ma mi passò la voglia di portare le decorazioni. Anche adesso preferisco lasciarle nel cassetto. Però ne vado fiera.

Sono passati decenni prima che la famosa giornalista Vera Tkachenko scrivesse un articolo sulla Pravda nel quale ricordava che anche noi donne eravamo state in guerra. E che c’erano delle veterane rimaste sole, perché non avevano potuto farsi una famiglia e non avevano un alloggio individuale, ma vivevano in appartamenti di coabitazione. E diceva anche che eravamo tutti in debito nei confronti di queste donne eroiche e sante. E da allora, pian piano, si è cominciato a trattarle un po’ meglio. Avevano tra i quaranta e i cinquant’anni e vivevano quasi tutte nei pensionati. Qua e là si cominciò a tenerle presenti nell’assegnazione degli appartamenti. C’era una mia amica, non dirò come si chiama, perché magari la prende male. Un aiuto medico militare. Ferita tre volte. Ritornata dal fronte, si era iscritta alla facoltà di medicina. Non aveva più nessuno, erano tutti morti durante la guerra. Viveva in assoluta miseria, di notte lavava gli androni delle case per poter avere qualcosa da mangiare. Ma non aveva mai rivelato a nessuno di essere invalida di guerra e di aver diritto a delle agevolazioni. Aveva distrutto tutti i documenti che attestavano il suo stato e il suo servizio. Le ho chiesto: ‘Ma perché li hai stracciati?’. Lei piangeva: ‘Chi mi avrebbe sposata?’. ‘Be’, allora hai fatto bene’. Ma lei piangeva ancora più forte: ‘Adesso queste carte mi farebbero comodo. Sono gravemente malata’. Riesce a immaginarselo? Piangeva sconsolata.

A Sebastopoli, città che ha visto la gloria marinara russa, per il trentacinquesimo anniversario della vittoria sono stati invitati per la prima volta cento marinai veterani della Grande guerra patriottica, tra cui tre donne. Io ero tra queste, e anche una mia amica. L’ammiraglio comandante della flotta ha fatto un inchino a ognuna di noi, ci ha pubblicamente ringraziate e ci ha baciato la mano. Come dimenticare la guerra, dopo una cosa del genere?”.

“Vuol dire che avrebbe voluto dimenticarla, la guerra?”.

“Dimenticarla? Dimenticarla…”, mi fa eco Olga Vasilevna. “Non possiamo dimenticarla. È più forte di noi”.

Saul Genrichovic interrompe la pausa, che si è fatta troppo lunga: “Ti ricordi Olja, è stato a un altro anniversario della vittoria, quando abbiamo incontrato quella vecchina che portava appeso al collo un cartoncino vecchio come lei, con scritto: ‘Cerco Kulnev Tomas Vladimirovic, scomparso nel 1942 durante il blocco di Leningrado’. Doveva avere passato da molto gli ottant’anni. Da quanti anni lo cercava? Quaranta, cinquanta? E lo cercherà fino alla sua ultima ora di vita. Così anche noi”.

“Io però vorrei dimenticare. Voglio…”, dice Olga Vasilevna lentamente, quasi sussurrando, “voglio vivere almeno un giorno senza la guerra. Senza la nostra memoria della guerra. Anche solo un giorno”.

Me li ricorderò insieme come nelle foto al fronte, una me l’hanno regalata. Sono giovani, poco più giovani di me. All’improvviso, tutto assume un senso diverso. Più prossimo. Guardo la foto, e quel che ho appena sentito e registrato comincia ad assumere un significato diverso. La frattura del tempo tra di noi scompare.



Questo testo, di Svetlana Aleksievič Premio Nobel per la Letteratura 2015, è stato pubblicato il 26 marzo 2010 a pagina 92 di Internazionale



Svetlana Aleksievič Premio Nobel 2015



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