lunedì 15 maggio 2017

Come fossi nessuno. di Khaled Soliman Al Nassiry

1.
La gente è perfetto rumore,
la gente è polvere che professa la mia piccola lingua.

2.
Volgo le spalle e leggero mi metto in marcia. Dietro di me una polvere di lingue che
sparge inutili parole. Leggero mi metto in marcia come se fossi nessuno.
Cammino verso un angolo e faccio cadere su di me l’oscurità e mi accuccio,
e lì, nella vasta oscurità, la mia bocca è piena di donne vecchie, il mio cuore
si contrae e si espande in questa vasta oscurità. Dalla polvere
del linguaggio, si attacca alle orecchie una lingua, parla e io ascolto la sua eco in un pozzo, come un megafono nel quale
soffiano ventitre anni.

3.
Mi curvo di più. Poi mi rialzo spaventato e corro nelle strade della città
come uno che fugge da un cappio dal quale pendono tutti insieme
un gruppo di impiccati, ma
quando sono tornato, non ho trovato il cappio ma un pozzo interrato.
Il pozzo era il segno del terrore. E l'interrato indicava me.
Ma è il terrore:
voglio una bara fredda,
dove trascorrere la vita

come fossi nessuno.

                                                                                                               traduzione di Fawzi Al Delaimi


Khaled Sominan Al Nassiry, è nato a Damasco nel 1979 da una famiglia palestinese rifugiata in Siria.
È nato e ha vissuto con un permesso di soggiorno nella sua stessa "casa".
Da qualche anno vive in Italia e per lui tornare in Siria è sconsigliato, schedato dai servizi segreti poiché produce cultura.

di Lucie Brodbeck & Simon de Barbuat.
"Vertiges du Quotidien"
2012


domenica 7 maggio 2017

"Seguendo la virtù" di Rebecca


Lo sguardo serio, spinto nel vuoto, rotea a ogni giro di pirouette seguendo i quadri appesi al muro, la disposizione dei divanetti, la finestra. La musica un tutt’uno coi piedi. 
Se avesse dovuto descrivere l’armonia l’avrebbe descritta come un vortice con al centro la danza. I piedi come l’ago del compasso a creare cerchi, cerchi infiniti. Talvolta spezzati, talvolta premuti addosso. 
L’aspirazione che aveva, non era a espandersi, aspirava a percepire in maniera sempre più distinta e naturale il fulcro, il punto di partenza.
E così la punta dei piedi era sempre in diretta e spontanea comunicazione con la testa. E un giro, e un giro, e altri giri.
Annabella ballava dall’età di tre anni. Una vita di passi inciampati e riusciti. Lo specchio era stato onnipresente, come dire, era stato uno strano amico immaginario al cui interno c’era la sua immagine riflessa. Un amico immaginario con la sua stessa faccia ma molto, molto più severo. Non nascondeva mai nulla e metteva sempre in evidenza gli errori.
Spesso lo specchio svelava una grande stanchezza, mostrando ai suoi occhi, invaghiti dal ritmo e dalle coreografie, delle profonde occhiaie e il sudore che scendeva lungo la schiena e bagnava la nuca.
La mamma riferiva alle amiche della passione di sua figlia, ma sentiva di non rendere giustizia a ciò che accadeva. Più che una passione si trattava di un'ossessione. Una pressione irresistibile che spingeva la sua bambina a muoversi in un'unica unità di cuore e testa in ogni minuto della sua vita.

Oltre lo specchio di casa c’erano quelli della scuola. La sala in cui si esercitava era bellissima: uno spazio grande, grandissimo. Bianco a terra e bianco nel soffitto. Tutte le pareti erano solo e unicamente specchi. Impazziva lì dentro. Spesso, se non sempre, rimaneva oltre l’orario delle lezioni. Rimaneva e le volte migliori erano quelle in cui continuava a danzare anche senza musica. Nessuno poteva mettersi al suo fianco senza arrivare a dover mollare. Nessuno.
Poi iniziò il cedimento. Non fu graduale, fu repentino.
Attorno ai tredici anni avvertì netto l’ingresso fra i suoi pensieri di qualcosa che strappò i piedi dal suo arabesque e mutò il senso delle cose.
Fin lì la bellezza era stata tutt’uno con la solitudine, quella bellezza parlava una sola lingua ed era una lingua che lasciava interi universi. Avrebbe voluto continuare così. 
Ma il mondo invase letteralmente il suo corpo.

Era un sabato. Tutti gli allievi della scuola andavano di fretta. 
Il Maestro, finché non reputava chiusi gli esercizi di riscaldamento, non permetteva a nessuno di iniziare a danzare. Intanto tutti i ragazzi subivano la fretta di raggiungere gli impegni fuori dalla scuola. 
Finalmente, “un, due, tre e quattro” la coreografia poté iniziare. 
Così, nel colmo del suo entusiasmo, Annabella si trovò in un passo a due, spinta contro i seni di Serena. Avevano avuto molti pezzi da ballare insieme. Anche Serena ballava da tempo. Molte volte i loro corpi si erano poggiati l’uno all’altro. Come con Andrea, Simona o il Maestro stesso. Ma mai aveva potuto avvertire la differenza.  
Invece, quel giorno, si sciolse il sigillo della perfezione e avvenne lo schianto. La perfezione dei suoi cerchi subì un’alterazione del tutto chiara.
Si insinuò gradatamente il disordine. La giovane età contribuiva al convincimento che tutto sarebbe tornato come prima, infatti per molto tempo fu così. 
Ma Annabella non poteva non avvertire che la schiena si andava facendo rigida, l’addome si ritraeva e le spalle non accoglievano più l’altro ma sembravano lavorare poggiate ad una balaustra. A forza di fingere e di impostarsi arrivò a sentire di nuovo una leggerezza appropriata, non veniva dal cuore forse, ma la testa ne possedeva le dinamiche.
Fu dopo quattro anni che il rumore di fondo tornò ad essere persistente e drammatico. L’amico immaginario di casa prese sempre più il posto della sala della scuola. 
Non reggeva i corpi delle ragazze. Non riusciva a integrare le sensazioni note a quelle nuove così invadenti e dolorose. Non riconosceva più il suo mondo e non aveva le parole. 
La grammatica della sua famiglia era sempre stata esclusivamente femminile, con il riferimento alla mamma e alle sue amiche; grammatica che aveva permesso la costruzione di un universo saldo in cui vivere come stella indipendente di un sistema solare accogliente ed esile. Gli uomini incontrati erano legati a incontri superficiali: compagni di classe, il prete del catechismo – per quei due mesi che lo aveva frequentato –. La differenza l'avevano fatta i ballerini e i Maestri. Ma lì non aveva mai approfondito nessun contatto se non quello estetico e quasi mistico; gli altri erano parte fisica delle sue necessità primarie.
Aveva inteso la vita come una profonda connessione del mondo spirituale con quello biologico, così intendeva la bellezza. Ma nel suo alfabeto non erano stati previsti fonemi che potessero originare significati di sessualità.
Quando si trovò a raccontare la sua storia ai nipoti non riuscì a nascondere lo stupore. Nonostante fossero passati più di sessanta anni continuava a non comprendere come fosse stata possibile quella omissione. Fra tutte quelle donne che avevano costruito il senso della vita, nemmeno una parola sul sesso. Una parte di mondo ignota. Condensata in quel sudore della danza, in quella tensione che riusciva a protrarre per ore.

A partire dai diciassette anni pian piano sviluppò la mappa del suo eros. 
Ma nulla raggiungeva quel primo piacere provato al contatto con i seni di Serena, spinti sul suo corpo durante la danza.
Osservava le ragazze dai seni di pietra, le donne abbondanti e morbide, le anziane che avevano abbandonato la seduzione. Con gli anni imparò che la danza era il suo modo di elevare i suoi desideri sensuali. Così tornò a rilassare le spalle, tornò a specchiarsi e fece del piacere un elemento artistico.
Quando Annabella divenne coreografa e ballerina di fama internazionale si sentì liberata e soprattutto sentì di non aver subito nessun torto. La sua compagnia di danza aveva per nome “Il Gineceo”, nonostante fosse frequentata da molti uomini che si esercitavano alla sbarra della sua scuola. La danza non ha sesso, finché non lo si scopre.

«La bellezza – sta raccontando in questo momento ai nipoti – è questione di armonia e gentilezza. Voi sapete quanto ho amato vostra nonna. Voi sapete che ho avuto una sola donna nel cuore. Ci siamo amate in silenzio per una lunghissima vita. Potevamo amarci appieno soltanto nel momento in cui eravamo esposte al massimo. Ci amavamo sul palco. Ci amavamo regalando emozioni e venivamo applaudite per questo. Io posso dire questo… tutto sommato non ci siamo mai nascoste.»
La risata di Annabella è una risata anziana, in un corpo magro e sul quale le rughe tracciano storie e splendore.
di Rebecca


domenica 12 marzo 2017

Anna (Karenina)

Anna

Era in posa da qualche ora. Aveva imparato a far adagiare l’insofferenza e la stanchezza sul suo stesso respiro. Le stringhe del corsetto erano ben strette, sotto il vestito nero di velluto di seta, e questo migliorava la possibilità di mantenere quella postura così imperiosa. Seduta su una poltrona mezza sfondata, si fingeva forte e sicura. Sapeva che quel pittore, nonostante la miseria nella quale viveva, aveva, fra le dita e i pennelli, il dono di trasformare il mondo.
Erano oramai sei giorni che Anna posava. Aveva accettato che quell'uomo, povero e lercio, la ritraesse. Nella sua città avrebbero pensato che l’età l’aveva resa vanitosa o, peggio ancora, annoiata. Ma lei sapeva, in cuor suo, che l’età la stava solo rendendo disperata e piena di acrimonia.
Riconosceva in sé una donna che si andava facendo brutta, seppure nel suo volto magnifico.
Venezia si rifletteva nei suoi occhi. L’acqua dei canali ne esaltava i colori. Ma lei avvertiva una cupa negazione dentro sé: quell’acqua ristagnava. I ponticelli che permettevano di traversare le calle della città, la sorprendevano spesso sospesa sui suoi pensieri senza spazio. Trovava in quell’acqua ferma, e spesso maleodorante, la prosecuzione naturale del suo tormento.
Il sogno era finito e lei non si svegliava. Il torpore della sua vita era agghiacciante.
foto di Elena Sarinena

Il passato era chiuso, reciso, e del futuro nessuna traccia.
Nella stanza di Antonio, il pittore, arredata di scarti ma piena di luce e tele, avrebbe potuto sciogliersi, ricordarsi di giocare, fingersi di nuovo felice e confidare nel fatto che questa menzogna potesse funzionare. Invece quella vecchiaia dell’anima che la stava ammalando, le rendeva impossibile vestire la vita di abiti belli.
Antonio, era accalorato attorno alla sua tavolozza, realizzata con delle stecche di legno tenute assieme da un filo di ferro. Non poteva fare altro che guardarlo, il ritratto prevedeva che Anna avesse lo sguardo diretto, alto di fronte a sé. Occhi negli occhi col mondo.
Coperto per lunghi tratti dalla grande tela su cui lavorava, l’uomo sembrava usare un piccone nel cercare di mettere lei, le sue forme e la sua intensità, su quel cotone sottile e teso.
Dai giorni in cui aveva lasciato casa, era trascorso del tempo eppure nulla aveva trovato una sua collocazione. La passione che l’aveva travolta non le aveva lasciato scampo. Lasciare Aleksei Aleksandrovič Karenin, non era stato faticoso. Credeva nel suo egoismo. Credeva nel suo grembo scaldato e accolto dal grembo di Vronskij. Eppure il suo personale diluvio era drammatico. Lei non aveva potuto portare sull’arca suo figlio Serëža e si ritrovava a dover accudire chi, dall'unione di quei grembi, era nata. Le avevano dato il suo stesso nome: Anna. La chiamavano Annie, per garantirle, con quel vezzeggiativo, un affetto altrimenti negato.
Cosa c’era da fare allora? Ogni minuto ripassava le azioni, le possibilità, gli errori. Ma il grande errore era stato credersi protagonista assoluta. Il pensare al suo bisogno crudo e cieco, le aveva tolto completamente dalla mente l’esistenza degli altri. Non aveva pensato all’egoismo e alla necessità di sopravvivere che anche gli altri avrebbero messo in atto, al mutare degli assetti, questo non lo aveva previsto.
Ciò che aveva vissuto scendendo dal treno e incrociando gli occhi di Vronskij, era stato onesto. Le era capitato, non avevano potuto fare altro. Dal trovarsi dei loro sguardi era nato il desiderio. Il cieco bisogno di cercarsi ancora, di possedersi e, infine, di non potersi separare.

Che donna minuscola quell’Anna Karenina. Annientata da una forma di cecità. Dall’improntitudine della sua dipendenza amorosa. Questo pensava Aleksei Aleksandrovič e questo generava in lui una forma di odio lucido.
Come poteva affidare il loro figlio a quella donna? Grande l’offesa all’istituzione familiare, ma ancor più grande l’offesa all’intelligenza, all’amore di loro figlio. La fuga in Italia per dimenticare. La fuga da San Pietroburgo per potersi dedicare al suo giovane amore, la rendeva, agli occhi di Aleksei, ottusamente corrosa dall’egoismo. Questa immagine gli permetteva di affinare forme che non reputava di vendetta bensì di giustizia.
E come rispondere, in giustizia, alla fuga di una madre? Dicendo al figlio che quella donna era morta; permettendogli di creare un vuoto tale da poterlo riempire di sogni.
E cosa farne della madre? Vietarle di presentarsi al cospetto di quel bambino. Allontanarla; lei reproba e, a detta della sua stessa decisione, felice.



Finalmente il sesto giorno da modella era finito. Il quadro sarebbe stato pronto da lì a qualche giorno e, fino ad allora, nessuno avrebbe potuto vederlo. Anna cercò di sgranchire le ossa, allungò con delicatezza le braccia e si massaggiò i polsi. Il destro era coperto dal guanto di seta lucida mentre il sinistro era libero. Anna si guardò le dita, sottili ed eleganti come le ricordava. Eppure, in quel momento, non si sarebbe stupita di scoprire che, quella che osservava, fosse la mano di un’altra. La mano di una giovane donna che insufflava il respiro della vita, dell’ambiente circostante. Piuttosto che sentirsi morta e brutta.
Perché l’amore di Vronskij aveva smesso di bastarle? La risposta la sapeva, se l’era ripetuta così tante volte. Vronskij non l’amava più. E come avrebbe potuto? Un uomo che spazzolava i suoi capelli e sceglieva i suoi vestiti per tuffarsi nella vita mondana. Un uomo che cercava il bello in ogni gesto e che del bello amava circondarsi. Più volte aveva sentito i suoi occhi addosso. E aveva visto qualcosa nella piega delle sue labbra, più che nello sguardo. Le sue labbra così amate e morbide, nello spiarla, si piegavano in una smorfia di distacco e disgusto. La sua bruttezza invece di fuggire acquisiva prepotenza. Aveva preso a vestire sempre di scuro. Il nero le donava, così come il marrone o il grigio. La sua pelle bianca resa così soffice dalla cipria, formava un contrasto di rara bellezza ma lei non lo sapeva più. Indossava quei colori scuri per punire la primavera che stava arrivando. Voleva punire i germogli che si gettavano verso la luce crescendo sugli esili rami degli alberi da frutta, nelle piazzette di Venezia. Voleva punire Vronskij che non esitava a inseguire il passaggio di una fanciulla ridente per la via.
E la vita non avrebbe insistito a lungo, presto avrebbe davvero ceduto. L'esistenza  le poneva innanzi ogni specchio possibile. Anche le parole sconfortate di Vronskij, che la cercava per come era abituato ad amarla, erano delle possibilità affinché Anna riprendesse il filo delicato e tenace dell'esserci. La sera, Anna, indossava una camicia da notte di raso che le scivolava sul corpo mostrandone la bellezza più sensuale. E questo vedeva quell’uomo che le stava accanto.
Ma lei lo rifuggiva e, insieme alla camicia da notte, assumeva sempre più gocce di làudano. Anche in pieno giorno rimaneva melliflua e fredda. La rabbia dentro le cresceva, mescolandosi al sentimento, fino ad allora sconosciuto, della gelosia.
Era stata una donna dalla moderna autonomia. Era stata capace di baciare il suo Vronskij mentre sentiva la voce di Serëža avvicinarsi nel parco. Era stata capace di non abbassare lo sguardo, anzi di mantenerlo fiero e orgoglioso, mentre rivelava ad Aleksei Aleksandrovič di amare un altro. Ora nulla di tutto ciò c’era più. Cosa, davvero, le stava accadendo?
Fra le mille domande questa era quella che affiorava più di rado. Più spesso erano domande minute e ossessive. Domandarsi cosa stesse avvenendo dentro di lei l’avrebbe condotta dritta nel cuore del suo dolore.
Le mancava il figlio, la presenza di Annie era un peso: meno l’amava e più sentiva crescere il disprezzo per se stessa. Ogni movimento di Vronskij, era divenuto per Anna testimonianza di tradimento, di tormento, di folle disperazione.

Con in testa una valanga di pensieri salutò il pittore. La mantellina le abbracciava le spalle, scoperte durante la posa per il dipinto. Non riusciva mai a compiere lo stesso tragitto per arrivare a casa. La tradivano i riflessi dell’acqua sui muri muffiti. La tradiva la sua perenne distrazione, la chiusura del suo essere dentro un altro essere di cui, a stento, comprendeva la lingua. Quella cosa dentro le parlava in continuazione. Le offriva continue sfumature della stessa visuale. Quella cosa che le irrompeva da dentro si divertiva a strattonarla, quando magari si era adagiata su una tenerezza. La tirava per il braccio, quando decideva di credere ancora in quell’amore.

Sir John Lavery, Daylight raid from my Studio Window, 1917
Vronskij non riusciva a starle vicino. Gli era insopportabile quello sguardo austero e quella voce che tremava. Ne avvertiva la perenne alterazione. Aveva inteso benissimo come la sua stessa presenza la ferisse, come le sue parole la rendessero inquieta. Sapeva di essere amato da lei ma iniziava a pensare si fosse pentita, di tutto. In fin dei conti vivevano una falsa vita. Dal momento in cui avevano abbandonato la Russia, il primo mese era scorso fra baci e occhi sgranati a raccontarsi reciprocamente cosa di bello l’Italia offriva alla loro presenza.
Ricordava perfettamente il gelato mangiato passeggiando nella grande piazza San Marco. Ricordava come, senza nessun preavviso, perlomeno per lui, improvvisamente Anna era mutata. Si scambiavano le coppe di gelato. Lei offriva il suo limone e la sua fragola. Mentre lui le proponeva il cioccolato e la vaniglia. Si scontravano, amalgamandosi, i loro gusti. Poi lo sguardo di lei si era fatto serio, anzi spaventato. Aveva gettato il gelato verso un muro a loro vicino e aveva chiesto con voce tremante e stridula di tornare a casa. Da quel momento non era mai più tornata Anna, se non per lampi fugaci.
Non confidava più nel tempo, in quella zattera alla deriva, lei si andava rafforzando nelle sue ostinazioni e, al contempo, si allontanava dalla terra in cui vivevano insieme. Il bellissimo Vronskij si scrutava nello specchio e vedeva ancora il suo volto. Dentro sé sentiva ancora l’amore per quella donna ma iniziava a volerne fuggire il più lontano possibile. Sperava, allontanandosi di ritrovare al ritorno la sua donna amata.
La sera quando si stendevano vicini, la pelle di Anna aveva l’odore aspro di un limone. Il làudano andava mutando quella pelle levigata. La tensione, nella quale viveva, aveva dato ai suoi occhi un’assurda forma, nel suo buio le pupille erano state inghiottite e le palpebre superiori tendevano a poggiare perennemente su quelle inferiori, quasi a cercare riposo. Forse era proprio per colpa di quelle fessure, da cui si era ridotta a sorvegliare l’esistenza, che la vita le appariva così velenosa.
Antonio Ambrogio Alciati, Il convegno, 1918
Anna arrivò al traghetto senza neanche troppo badarvi. Vi salì. Il bigliettaio la riconobbe e la fece accomodare. Si sedette sul lato sinistro. Le belle giornate permettevano di viaggiare con il vento che spettinava i capelli e sussurrava parole incomprensibile nelle orecchie. Qualcuno, che ne aveva incrociato lo sguardo durante quella breve traversata, avrebbe potuto testimoniare di averla sentita parlare da sola. Povera donna, qualcuno aveva pensato. Parlava col vento.
Anna cercava il conforto, un abbraccio che le avrebbe consentito di riposare, poggiare il capo sul morbido tessuto di un canapè e addormentarsi, coccolata e diretta verso un sicuro risveglio.
Anna guardava quell’acqua schiumosa e allegra e la sentiva pesarle in cuore. Pensava di tenere la mano di Serëža nella sua e di ridere, schizzati entrambe dalle onde birichine. Poi il bordo del sogno si faceva nero e Vronskij le passava accanto senza vederla, nelle mani teneva dei fiori. Erano fiori di campo, lui stesso li aveva raccolti. Ancora aveva fra le dita la terra. Ma non erano fiori per lei, li stava portando via. Verso un vaso poggiato su di un tavolino, in un giardino fresco e ricco di gemme fiorite. Una fanciulla sedeva di spalle. Anna ne avvertiva il sorriso innamorato anche solo osservandone i boccoli in movimento. Chissà qual era il suo nome. Lo chiedeva all’acqua. Avvertì il precipizio quando le giunse la voce di Annie, la figlia non amata, la voce era dentro la sua testa.
Per fortuna erano arrivati dall’altra parte. Nonostante i veneziani la chiamassero terraferma, quella piccola cittadina dirimpetto a Venezia, non le sembrava affatto tale. Avvertiva uno strano impeto sotto i piedi. Come qualcosa che si scaldava e la spingeva. Si risolse nel seguirlo. A Mestre era stata solo di passaggio, quando dalla stazione si erano diretti verso il porto per Venezia. Piccoli passi affannati, ora, la facevano muovere a caso. I pensieri avevano raggiunto una velocità così sconnessa da risultare inafferrabili. Saette mozzafiato. Ogni immagine, là fuori, diveniva un vortice di parole, tra fiamme e battere di martello. Il cielo si andava coprendo e il vento aumentava di intensità. La mantella non era più sufficiente ad abbracciarla. Lungo le vie guardava le persone passare e sentiva che presto o tardi avrebbe dovuto chiedere qualcosa a qualcuno.
“Mi scusi, dove devo andare?”, oppure “La prego, potrebbe prendermi per mano e accompagnarmi in un posto pieno di silenzio?”. Questo la legava alle persone che passavano al suo fianco ma, al tempo stesso, ognuno di quegli esseri le si rivelava irraggiungibile da dove lei si trovava.
Una bambina uscì correndo da un grande portone di legno. Anna sentì verso di lei una grande rabbia e scoppiò a ridere. Doveva andarsene. Qualche goccia di pioggia le pungeva il volto. Ma erano così poche e sole, le sembrava le somigliassero. Le sembrava che la testa perdesse peso mentre i suoi piedi andavano sempre più veloci. Perché? Perché si stava muovendo come se conoscesse la ragione del suo andare.
Vronskij portava i fiori alla ragazza dai boccoli e lasciava lei sola, in preda a quell’altra che da dentro la sapeva più lunga di lei, che doveva vedersela con quella cittadina sconosciuta. D’un tratto arrivò il fischio noto di un treno. Sollevò lo sguardo, portandolo da dentro se stessa al piazzale cui era giunta. Le mancò il fiato. La piazza circolare era così bella. Il selciato permetteva alle carrozze di emettere un suono così poetico. E i colori? I colori accesi delle panchine vagamente inumidite da quella pioggia già passata. Il fiato stentava a riprendere. Si ricordò di essere donna, di essere adulta, di avere due figli e nessun amore. Ricordò di essere lontana da casa, da ogni sua casa e questo la spaventò.
Jean Cocteau - Le Sang d’un Poète, 1930

Perché con tutta quell’aria, in quel luogo così grande, le mancava proprio l’aria? Si toccò le narici. Si toccò la gola. Si toccò e non sentì nulla. Come se avesse raggiunto l’inconsistenza. Eppure i suoi occhi vedevano tutto, compresa se stessa.
Spinta da quella follia mozzata continuò ad avanzare. Entrò alla stazione, nella sala della biglietteria.
Uomini coi loro cappelli, donne vestite di velluti e sete, qualche bambino.
L’odore di ferro e carbone, di fumo e di sigari. Le girava la testa e ancora il respiro non tornava regolare. La vista era offuscata. Poi, finalmente, scovò un’immagine dentro sé o forse era un’immagine di quell’altra che si portava appresso. In ogni caso era un’immagine buona e vi si aggrappò come fosse una fonte d’acqua benedetta. C’era il canapè che aveva desiderato e una candela.
Il respiro si fece regolare. Fiera come un tempo Anna, sollevò lo sguardo e riconobbe il luogo in cui era. Non sentiva più la sua visitatrice dentro. Era sola e sentiva con tutto il cuore di amare il suo ometto, di volerlo riabbracciare, voleva che Serëža potesse ritrovarla. Voleva poter gridare la sua onestà.
Finalmente non sentiva più di dover rincorrere nulla. La candela si era di nuovo accesa e il grande amore le riempiva il petto. Affrettò il passo. Veloce, sempre di più.

Così si ritrovò al binario 3. Da lì erano arrivati: Vronskij e quella donna innamorata che era stata. Da lì. Si presero per mano. E comprese in un solo rabbuiato istante che non era vero nulla. L’altra era lì con lei e le teneva la mano.
La guardò e dovette ammettere che era proprio come lei.
Ad entrambe sfuggì un sorriso. Intanto aveva fatto qualche passo ancora. Lungo la banchina.
Lo sbuffo di vapore del treno arrivava col suo fischio assordante. Si volsero insieme verso i binari e si tuffarono. Come fossero due ballerine in perfetta sincronia.

Chi vide la scena testimoniò che la donna, lanciandosi, sorrideva e teneva le braccia aperte e le dita schiuse come stesse abbozzando un volo.

Ettore Tito, Con la rosa tra le labbra, 1895

domenica 19 febbraio 2017

"Il Triangolo Rosa" di Mirella Eva Bernardi

Il Triangolo Rosa


Non era più una persona.
Lì dentro, Edward era solo un numero, il numero 182101 per l’esattezza.
Al posto delle sei lettere del suo nome, si erano piazzate sei cifre.
Sul petto, invece, un triangolo rosa aveva preso il posto del cuore.
Quel triangolo urlava  “omosessuale” da tutte le parti e scatenava l’indignazione di chi gli passava a fianco, soprattutto dei soldati nazisti, che, tanto per mortificarlo ancora di più, gli sbattevano le canne dei fucili addosso o gli urlavano parole offensive. Gli altri prigionieri non ci badavano troppo, preoccupati per la morte che poteva arrivare da un momento all’altro. Si poteva morire per qualsiasi cosa, anche per l’umore storto della guardia, che ossessivamente ti controllava.
Edward faceva il possibile per passare inosservato e, contemporaneamente, svolgere bene gli ordini che gli arrivavano.
Il suo ragazzo, invece, non riusciva proprio ad arrendersi all’evidenza. Noah aveva molte più ferite di Edward, molte delle quali risalivano ancora al momento della liquidazione del loro ghetto. Aveva provato con tutte le forze a non farsi catturare ed era un miracolo se non era rimasto ucciso, dopo tutto quello che aveva combinato: arrampicate sugli alberi, tentativi di fuga attraverso le fogne e, addirittura, aggressione di un soldato, che non l’aveva ucciso solo perché aveva finito la riserva dei proiettili.
Arrivato al campo chiamato “Birkenau”, Noah ricevette non solo il triangolo rosa (come Edward) ma anche quello giallo. Questi due triangoli lo indicavano come “ebreo omosessuale”.
I due ragazzi non capivano bene il perché di tali distinzioni.
«Tanto vogliono ammazzarci tutti lo stesso!» commentò Noah, durante una discussione tra i ragazzi del dormitorio numero diciotto.
«I simboli servono per sapere come trattare ognuno di noi.» gli rispose un uomo magrissimo, scheletrito come un albero spoglio. Non era difficile intuire che fosse a Birkenau da diverso tempo. Aveva una stella di Davide cucita sulla giacca esageratamente grande per le sue povere spallucce. 
Non si parlava per molto nei dormitori.
Tutti volevano provare a dormire il più possibile.
Ad essere precisi, non si parlava molto in generale.
Durante le ore di lavoro, i suoni che si sentivano non erano parole, ma lamenti ed urla.
Quelle urla, la maggior parte delle volte, finivano con uno sparo e qualche povero diavolo steso a terra.
Edward aveva sempre il terrore di guardare uno di quei cadaveri e accorgersi che magari era Noah. Cercava di stargli vicino il più possibile per non perderlo di vista, ma non sempre ci riusciva. In quei casi sfortunati, il ragazzo pregava perché Noah non facesse qualche sciocchezza. Sapeva bene che non avrebbe potuto cavarsela ogni volta. Prima o poi, Noah sarebbe arrivato a commettere l’ultima imprudenza e, purtroppo per entrambi, quel momento sembrava proprio essere arrivato. Edward stava trascinando un carretto pieno di pietre, quando sentì un urlo pericolosamente familiare. Come temeva, vide Noah accasciato a terra e un soldato che lo riempiva di calci e lo bastonava con il suo fucile.
D’un tratto l’aguzzino lo afferrò per il collo, impedendogli di respirare. Stava per succedere.
Noah stava per morire ed Edward era lì, a qualche metro da lui ma impotente. Voleva fare qualcosa per impedire che il suo peggior incubo si avverasse, ma riusciva solo a stare fermo e a guardare la scena con il cuore in gola. Si sentì ancora peggio quando Noah girò leggermente la testa e lo guardò.
Non gli stava chiedendo aiuto, voleva semplicemente che il viso del fidanzato fosse l’ultima cosa impressa nella sua mente, prima del buio della morte.
Edward capì i pensieri del compagno, quindi ricambiò quello sguardo intenso, cercando addirittura di abbozzare un sorriso. La stretta sul collo di Noah si allentò, ma fu seguita subito dopo dallo sparo fatale.
Il sangue cominciò ad uscire dalla testa rasata del ragazzo, così come le lacrime uscirono copiose dagli occhi di Edward.
Ormai non gli era rimasto più niente e nessuno.
L'unica cosa bella a cui non avrebbe voluto rinunciare se ne era appena andata.
La sua vita non era più vita, ma solo un insieme di avvenimenti uno più tristi dell'altro.
La presenza di Noah in quell'Inferno lo aiutava più di quanto sia possibile immaginare. Avere una relazione con un ragazzo, in quei tempi, gli aveva causato non pochi problemi, ma era stato anche ciò che gli permetteva ancora di ridere o avere dolci pensieri. Senza Noah poteva solo continuare a far finta di continuare a vivere, ma non era sicuro di volerlo.
Se ci pensava bene, la morte lo avrebbe tolto da quel mondo orribile e avrebbe messo fine a tutte le sue sofferenze.
La decisione era presa!
Rimaneva solo da trovare un modo per farsi sparare più rapidamente possibile.
«Forza, ricominciate a lavorare, se non volete fare la stessa fine!» ordinava la voce dura dello stesso soldato che aveva ucciso Noah. Edward aveva appena trovato il suo biglietto per l'ultimo treno.
«No!» esclamò in modo che l'uomo lo sentisse chiaramente.
Il primo schiaffo non tardò ad arrivare. A quello, ne seguirono altri. La guardia cercò di farlo cadere, ma il ragazzo non cedeva. Dopo una serie interminabile di schiaffi, il soldato si sdegnò e prese il fucile. Lo puntò contro Edward, pronto a sparare.
«Lo dirò solo un'altra volta: torna a lavorare!» gridò con il suo accento marcato.
Edward chiuse gli occhi: rivide tutti i momenti migliori della propria vita, la maggior parte di essi trascorsi con Noah.
Gli vennero in mente anche momenti terribilmente brutti, come l'isolamento nel ghetto e la dura prigionia a Birkenau che stava per finire, e quella di Noah che era già stato liberato.
Edward sentì il grande bisogno di raggiungerlo, e fu questo lo stesso desiderio che gli diede la forza di pronunciare la sua ultima parola:
«No!». Dopo, solo il rumore di uno sparo e di un corpo che si schiantava a terra, raggiungendo nell'infinito la sua metà.

di Mirella Eva Bernardi







Uscire dal cyberbullismo: it gets better (andrà meglio). di Rebecca


Le foto dei ragazzi che si tolgono la vita perché vittime del cyberbullismo tolgono il fiato.
Sempre sorridenti in quel loro apparire sociale.
Luminosi, come gli adolescenti devono essere, nonostante il travaglio che tutti si trovano ad attraversare per crescere e affermare loro stessi.
Fra le vittime del cyberbullismo 1 su 10 tenta il suicidio. 

La vita di chi è vittima di cyberbullismo diviene la vita di una persona che soffre un profondo disagio relazionale, di certo, ma anche intimo, esistenziale: autolesionismo, depressione e pensieri di suicidio sono compagni di viaggio che le ragazze e i ragazzi vittime imparano a conoscere e coi quali venire a patti è difficilissimo e doloroso.

C'è qualcosa che accade nella mente di queste creature che sconvolge il loro assetto, rende irrecuperabile lo stato di lucidità precedente.
Dalle storie lette emergono due aspetti opposti e diversamente drammatici: chi non riesce a confidarsi e rimane in trappola, chi rivela tutto e, nonostante ciò, viene schiacciato dalla depressione, effetto diretto delle violenze subite.
Molte, moltissime ragazze tacciono l'accaduto, non condividono con le famiglie la brutalità di cui sono vittime. Spesso ciò avviene perché c'è stata una complicità iniziale che fa sentire "in colpa". Una complicità sessuale perlopiù. Adolescenti che accettano di condividere foto o video del proprio corpo con quello che è il fidanzatino o la chat degli amici. 
Questo fa sì che parlare con i propri genitori sia difficilissimo. Dover dire che tutto è partito da un proprio gesto legato all'ambito della sessualità è arduo. E così anche questo aspetto entra a far parte dei percorsi tortuosi che la mente prende e da cui non riesce a liberarsi.

In altri casi, invece, non c'è nessuna complicità. Le immagini di cui il cyberbullo viene in possesso sono immagini dal contenuto violento (molto spesso si tratta di video). Ragazze ubriache riprese in situazioni di cui non hanno coscienza e che ritrovano poi nei social. Ragazzi sottomessi a farsi fotografare poiché già vittime di una violenza psicologica da cui non sanno sfuggire.

Nel leggere di queste esperienze sembra chiaro come la via di uscita debba sembrare preclusa, inesistente. 

Invece la chiave è proprio questa: condividere con la propria famiglia, con un adulto che accolga e che aiuti a cancellare tutto, a modificare la prospettiva. 
Mettere il primo piano la propria integrità e chiamare le cose con il loro nome: violenza di vigliacchi.

Dai racconti esce fuori il silenzio nel quale queste storie avvengono. 
Un incubo che corre e si dilata nel web e nella testa, ma che viene taciuto a chi potrebbe portarcene fuori: una zia, un fratello, il papà, la mamma, un'insegnante.

Le parole che mi vengono alle labbra ogni volta che un ragazzo si uccide per cyberbullismo sono "Se solo un adulto avesse potuto dire: vedrai che andrà meglio", le stesse della campagna americana nata dalla volontà di Dan Savage e Terry Miller: "it gets better".
Andrà meglio.
I mostri scompariranno alla luce del sole. 
I mostri scompariranno nell'abbraccio di chi ci ama.

Ma questo è un sogno pieno di malinconia. 
La verità è che a questo punto è raro arrivarci e tutto il dramma accade prima.

Cosa accade prima?

La quasi totalità scopre di essere diventata oggetto ai "attenzione" a cose fatte. Quando le immagini sono già di dominio pubblico. Perché il cyberbullismo non conosce pause, continua ad agire mentre i ragazzi dormono, mentre studiano. 
Si ritrovano a leggere commenti di cui sono oggetto anche a distanza di giorni . 
Un atto di coraggio sarebbe quello di uscire dai social. 
Andare via, togliersi da quel terreno su cui prolifera l'aggressione che rende esponenziale il disagio della vittima.
La legge però sta facendo davvero dei passi avanti. Innanzitutto perché più conosciamo il cyberbullismo più, come mondo adulto, possiamo dare risposte efficaci.
Ad esempio il testo approvato in Senato a inizio febbraio, mette a disposizione dei ragazzi un importante strumento: nonostante la minore età potranno chiedere al gestore del sito internet in cui subiscono aggressione, di oscurare le immagini che lo vedono protagonista. Se il gestore non ottempererà a questa richiesta sarà necessario il coinvolgimento dei genitori per rivolgersi al Garante della Privacy.
Intanto però il primo passo può essere fatto in autonomia e di questo vanno assolutamente informati i ragazzi.
Gli altri contenuti sono di contrasto, di informazione, di preparazione del personale scolastico, ma la possibilità dei ragazzi di fare richiesta diretta è forse la parte fondamentale, almeno nell'immediata situazione di chi si trova oppresso dagli avvenimenti.

La strada più lunga invece ci coinvolge tutti, soprattutto in quanto genitori.
Allargare il giro dei nostri interessi nei confronti dei nostri figli.
Non c'è solo la scuola (con il rendimento), non ci sono solo le performance sportive, dobbiamo pensare al nostro e al loro talento. 
Che non significa chiedere di eccellere in qualcosa che per noi costituisce la massima ispirazione, tutt'altro.
L'idea del talento è un'idea molto più esistenziale.
La teoria della Ghianda di James Hillman lo dice con estrema semplicità: se oggi sei una ghianda domani non potrai che diventare una quercia.
Il talento ci chiede di essere scoperto, ci chiede di comprendere qual è la nostra unicità, cos'è che ci portiamo in dotazione e che possiamo divenire. Se incontriamo il nostro talento e lo riconosciamo, diveniamo un tutt'uno con la nostra vita. 
Questo dovremmo condividere coi nostri figli, questa modalità di essere noi stessi.
Non belli e bravi o brutti e cattivi. Essere molto più complessi e reali.

Persone di questo tipo riescono a proteggersi molto più di chi cresce secondo schemi di perfezione o antagonismo.
Persone di questo tipo si guardano negli occhi e sanno trattare anche il tema più dolente con sincerità, davanti ai loro figli come davanti a loro stessi.
Perché qui sta il fulcro: ciò che facciamo ha delle conseguenze, sempre.

Carolina, Amanda, Tyler, Jamey, Joe, tutti voi, avrei voluto conoscervi per dirvi che le cose potevano andare meglio.
Perché questo è ciò che dobbiamo testimoniare ai nostri ragazzi: "it gets better".
Andrà meglio.
Però bisogna parlare, noi adulti dobbiamo essere i primi a farlo raccontando di noi stessi occhi negli occhi.


Oggi, 17 maggio 2017, la Camera ha approvato in via definitiva la legge sul cyberbullismo: 
la priorità era portare a casa la legge, in modo che il prossimo anno scolastico (2017/2018) partisse con degli strumenti in più di tutela per i ragazzi.
Una legge che finalmente colma il vuoto normativo e che mette in azione il ruolo fondamentale della prevenzione attraverso l'educazione ad un uso responsabile e consapevole dei nuovi media.
Le Legge richiede la ricognizione immediata delle docenti e dei docenti in ogni istituzione scolastica. 
Saranno infatti poi loro i referenti atti a coordinare le iniziative di prevenzione e contrasto del cyberbullismo, anche avvalendosi della collaborazione delle Forze di polizia nonché delle associazioni e dei centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio.



Tyler Clementi,
dicembre 1991 - settembre 2010

Jamey Rodemeyer,
marzo 1997 - settembre 2011


Carolina Picchio,
1999 - gennaio 2013


Amanda Todd,
novembre 1996 - ottobre 2012



Joe Chearmonte,
febbraio 1993 - febbraio 2010

venerdì 17 febbraio 2017

Amore senile. Amore e basta. di Rebecca

Amore mio, ti amo

Ugo se ne sta in fila. In fondo, alla cassa, la lentezza frammista alle chiacchiere non lo agita. Non ha fretta. Nel carrello un etto e mezzo di prosciutto cotto, gli gnocchetti Rana, tre banane, un succo di frutta alla mela, uno ai frutti rossi, la mezza baguette e un piede di cappuccina. Pranzo e cena entrano in una busta minuscola. Il latte in casa c’è, anche il caffè. L’acqua del rubinetto va benissimo. Il vino solo raramente e col cotto non sta bene, un’altra volta.
Intanto nel pomeriggio Serena viene per le pulizie, c’è anche da stirare, chissà se può rimanere più a lungo.
- Buongiorno Ugo! L’hai preso il cotto Ferrarini che è in offerta?
- Buongiorno, sì, grazie. Ne ho preso poco… casomai domani lo riprendo.
- Sì, tanto l’offerta dura fino a martedì prossimo.
- Grazie, grazie.
Due parole e il conto di Ugo è fatto.
- Sono 8 euro e 49.
E anche Ugo coltiva la lentezza, conta i suoi spicci; lì al supermercato non ricordano di averlo mai visto con banconote più grandi di quelle da 10 euro.
Con la sua bustina di plastica si allontana.
Un cenno di saluto alla ragazza nigeriana che aspetta una mancia o una scatola di fagioli. Ugo le ha dato qualcosa solo raramente, ma ricorda che quelle rare volte si è trattato di confezioni di biscotti, i tarallucci o le macine del Mulino Bianco, sempre quando ci sono le offerte.
Ora è sul marciapiede, che cammina pian piano verso casa, neanche 500 metri di distanza.
Ripensa a quando andavano a fare la spesa al mercato in piazza. Lui andava raramente, capitava soprattutto i giorni di preparativi per il Natale e per il Capodanno. Quel ricordo ora gli fa sentire un leggero pizzico nel petto, un brivido del cuore.
Arrivato al cancello del palazzetto si ferma a riprendere fiato da quella malinconia, poi prende il portachiavi dalla tasca della giacca, apre e inizia a salire, terzo piano senza ascensore. Al momento dell’acquisto non avevano neanche pensato potesse essere un problema e invece eccolo, ogni mezza rampa fermo a riprendere fiato.
Finalmente il terzo piano arriva. Il portachiavi incastrato fra le dita e la busta. Si guarda un attimo l’indice e il medio segnati dal peso portato, la fede che oramai non può più togliere perché le ossa si sono ingrossate con i reumatismi. Il portachiavi passa nella mano destra, ciondola consumata una piccola gondola del viaggio a Venezia, e, con la chiave lunga, Ugo apre la porta; appena l’uscio si apre l’odore di casa subito lo riscalda, che sia estate o inverno, lo accoglie sempre come un abbraccio leggero.
D’estate fanno da padrona cipolle fresche e tonno in scatola dall’olio sgocciolato al centro dello scolo del lavabo, pomodori e basilico, pasta dal sughetto di san marzano e profumo di aglio.
L’inverno è dei cavoli, cime di rapa per la pasta, verza con le salsicce per le reminiscenze del’esperienza tedesca, e poi ragù cotti nella lentezza delle domenica mattina, uova in ogni forma.
E l’odore del caffè.
L’aroma del caffè è forse l’unico che non desta la malinconia in Ugo ma, ancora e sempre, l’entusiasmo, l’attimo di brio che reca energia al solo pensiero.
Entra in casa Ugo, la sportina di plastica sul tavolo in formica.
Subito il prosciutto, l’insalata e gli gnocchetti nel frigorifero. Il frigo non è pulitissimo, ma ordinato e luminoso. Le banane le mette nel contenitore sul davanzale, i succhi di frutta nella credenzina e la baguette nel portapane vicino alla radio.
Si sono fatte le dodici, ma non ha fame.
Seduto sul divano in velluto della sala, Ugo si abbandona con la testa allo schienale. Con gli occhi chiusi lascia scivolare la mano lungo il cuscino a fianco. La mano di Clara lo accoglie, un po’ fredde le dita, ma accogliente il palmo. Ad occhi chiusi tutto vortica e si condensa nel presente: il giorno del Sì, la notte in attesa che nel Ghetto il silenzio tornasse, il viaggio a Venezia, il borbottìo delle bottiglie di conserva nei bidoni sull’aia.
La vertigine di ricordi si chiude con gli occhi di Clara serrati nel buio. A quella memoria Ugo reagisce di scatto e ritrae la mano. Al suo fianco solo lo spazio gigante del divano. Il velluto verde, segnato dagli anni, conserva con lui la memoria tangibile della storia che fu.

C’è silenzio in casa. Clara non tornerà. Eppure, fra le dita di Ugo, la fede, datata 15 febbraio 1966, segna l’eternità del loro incontro.

di Rebecca