martedì 5 aprile 2016

"Di una Bambina. O dell'Identità" di Rebecca

La mamma sosteneva un concetto molto semplice: ciò che è vero è reale. 
Allora la Bambina cercava ovunque. Cercava qualcosa che fosse reale almeno per un poco. La mamma la chiamava Bambina Scontenta. Che strano, il suo sorriso era bellissimo e la sua curiosità degna di un’esploratrice.
La Bambina davanti allo specchietto del bagno - quello che da una parte eri normale dall’altra molto grande - cercava il suo vero nome, 'ché Scontenta davvero non le piaceva.
Mentre la nebbia attutiva i rumori che provenivano dalla strada. Il vetro bagnato le piaceva così tanto che quel giorno decise di chiamarsi Bambina Lacrime. E iniziò a piangere, ma solamente perché era la stagione giusta. Solo perché, là fuori, c’era più acqua che asciutto. 
Scoprì come fosse possibile giocare alla Principessa Triste ed essere felice. 
Scoprì che quando gli occhi pizzicano se si apre la finestra ed entra il freddo, per un po’, si riempiono di fresco e diventano allegri. 
Però arrivata sera le era chiaro che non poteva essere quello il suo vero nome. 
Perché il vero è reale e le lacrime oramai, invece, non le uscivano più. 
Il suo nome doveva essere un altro. Lacrime non è un vero nome, è solo un piccolo momento. È un ginocchio sbucciato, un dispetto di un compagno di classe, o quando Pocahontas resta a terra mentre John Smith va via per mare. 
Insomma la Bambina deve cercare ancora.
Dopo cena va a dormire. Nel letto si accartoccia come la carta marrone delle caldarroste che il papà ha comprato qualche giorno fa. 
Le è chiaro il suono della mano che stringeva la carta e qualche avanzo di castagna. La mano grande di papà che contiene tutto. Che impressione. 
Così la Bambina si addormenta. Senza paura del buio ma con la paura che senza un nome, durante i sogni, possa esser portata via, nel paese dei muti. Gli unici che possono non avere nome.
Passano così molti giorni. La Bambina prova a vivere nei suoi giochi e nelle sue fantasie la verità di chiamarsi Canzone, Rondine, Virgola, Gioia, Fata. Ma nulla funziona. 
Quel giorno poi, arrivata a fine pomeriggio, proprio quando la mamma le chiede di lavarsi le mani per mettersi a tavola, la Bambina dimostra segni di cedimento e, davanti allo specchio del bagno, capisce che nessun nome è il suo, ci sono nomi per tante altre cose, vere, ma non ancora il suo.
E così i rebbi della forchetta, per l’ennesima volta, diventeranno i denti pericolosissimi di un serpente. Il purè nel piatto si farà penetrare dalle lame, mentre le fettine in pizzaiola sanguineranno esalando preziose essenze. L’origano delle streghe e il potente peperoncino che nutre il fuoco del drago combatteranno con rappresaglie spaventose. 
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In realtà la Bambina ha un nome di battesimo, si chiama Francesca. Vive con la sua mamma in una grande casa appena fuori città. Una casa troppo grande per loro. Una casa che avevano prima che il papà se ne andasse. Prima che Francesca smettesse di parlare. 
La Bambina sapeva benissimo quanto fosse pericoloso non avere voce, ma non poteva fare altrimenti. Non riusciva a lasciare uscire le cose da lei. A volte titubava anche nel fare la cacca. Forse anche quella andava trattenuta, però poi le sarebbe venuto il mal di pancia ed allora era meglio farla. Invece non parlare la faceva sentire molto bene. Stare zitta le piaceva sempre di più: a casa, a scuola, con le amiche, perfino col papà quando la portava allo stadio. In curva sud, alle partite della Lazio. Il papà la stringeva forte durante l’inno e c’erano tanti abbracci e qualche lacrima, ma Francesca cantava solo dentro. Con tutto il fiato che aveva.
di Rebecca di Santo



Vorrei ragazze indipendenti, interessanti, idealistiche, gentili, caparbie, originali o divertenti.
C'è un migliaio di cose, prima di "magre".
J.K. Rowling
















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