venerdì 8 aprile 2016

"Il Corpo del Migrante" di Rebecca


"Ehi?"
Silenzio e immobilità.
“Ehi…? C’è qualcuno?”
Il buio rende ciechi, W. lo aveva pensato molte volte da bambino quando sulla capanna calava la notte assoluta della luna nuova.
Anche le nuvole più nere fanno luce se c’è la luna dietro di loro.
Ma, quando lassù tutto si ritira, fra i baobab e i banani, non c’è un filo di chiarore.
E così è come essere ciechi.
Cos'era più vero, il verde del baobab o il bianco dei denti?
Il palmo chiaro delle mani?
Oppure quella coperta che, caduta su ogni singola cosa, non permette più di distinguere nulla?
“Ehi? Io non mi posso muovere… c’è qualcuno?”
Mai avrebbe pensato che quella cecità tornasse, così umida e maleodorante. Il barcone su cui era salito si era riempito velocemente.
Gli avevano dato dei consigli: non salire fra i primi, mettiti vicino ai bambini (se ce ne sono), mettiti vicino al portellone perché c’è più aria… e se non fosse vero è di certo così che ti sembrerà nei momenti più duri del viaggio.
E così aveva fatto, anche se era certo che i primi ad entrare fossero stati dei bambini, e questo proprio non gli era piaciuto. Aveva avuto una brutta sensazione, ma così brutta che solo quando era toccato a lui spingere per salire se ne era liberato.
Una volta dentro aveva cercato i bambini, lì in fondo. Erano seduti fra la massa di corpi e la superficie ferrosa dell’imbarcazione. C’erano delle giovani donne con loro e, anche se magari non tutti i bambini avevano le madri con loro, sembravano in un ambiente protetto, quasi isolato dal resto degli uomini e delle donne che colmavano la stiva.
Tutto, da quel momento, era filato liscio. Era stato distinto il passaggio dal giorno alla notte, grazie ai minuscoli oblò che separavano l’ambiente interno dal mare. 
Il mare, che di giorno diffonde una luce vischiosa e poi catapulta nel nulla della notte.
Pian piano il sonno aveva avuto pietà di tutti loro. Un sonno storto, scomodo, fatto di piedi ficcati nella schiena e di vomito dentro le buste che ognuno aveva portato. Qualche parolaccia astiosa contro il mare, qualche pianto dei bambini stanchi di stare al chiuso.
Però tutti aveva trovato minuti di benedetto sonno ad abbreviare il viaggio.
In più momenti W. aveva avuto paura, non era paura di morire o di stare male. Aveva avuto paura che quel viaggio non servisse, che i suoi sogni non avrebbero mai visto la luce e, soprattutto, temeva di sentirsi di nuovo quegli occhi crudeli addosso, di sentirsi indesiderato, odiato, fuori posto assoluto.
Quando si era trovato in strada a bruciare copertoni sapeva che non sarebbe servito a nulla, i militari li avevano lasciati fare, poi quando avevano deciso che quei caroselli dovevano avere finire avevano iniziato a sparare e a picchiare, coi manganelli e coi piedi.
E, in poco più di una giornata, le strade si erano svuotate, anche le famiglie si erano svuotate coi più giovani o morti o in fuga.
Nella mente di W. era ancora tutto vivido e l’odore dei corpi mescolati in quella stiva faceva tornare tutto a galla, e provava orrore. La puzza di bruciato, l’odore del sangue e, ora, quello del vomito. 
Quella stiva trasudava e marciva di ruggine, piccoli fiori di ferro scuro portavano alle narici un odore che si traduceva in sapore.
Poco lontano da lui c’era una ragazza incinta, lei era quella messa peggio: vomitava, piangeva e digrignava imprecazioni velenose. Faceva spesso bisogno pipì accucciata sulle bottigliette che aveva a disposizione.
La sua pancia era davvero grande e, sotto tutto quel malessere, c’era una paura enorme.
La paura di tutti.
Il buio aveva portato poco sonno e molti lamenti.
Aveva dilatato i dubbi e anche le onde erano cresciute.
Quando la barca ha preso a impennarsi per la spinta delle acque e poi a ricascare dentro il mare, il silenzio si è fatto totale.
Fino a quando i rumori esterni hanno iniziato a risucchiare le urla della stiva. Prima solo le donne, poi i bambini e poi un suono di gola e di pancia che era diventato un’unica voce.
Nel salire e ricadere, la stiva si è aperta sbattendo duramente contro gli scogli.
Nessuno, a quel punto, ha sentito più ciò che avveniva attorno. Ognuno ha acuito il suo dolore, il suo particolare sentire la paura.
L’occhio di W. cerca nel buio i suoni dei bimbi. Al loro posto trova il rumore dell’acqua che entra nella stiva. Rumori sconosciuti. Vocìo pieno d’acqua. Hanno chiesto aiuto a nessuno.

“Ehi? C’è qualcuno?”
W. sente il freddo dell’acqua afferrargli le gambe. 
Aveva seguito i consigli, era salito fra gli ultimi.
Vicino al portellone, vicino all’uscita. Ed era diventato uno degli ultimi, ma pari a tutti gli altri.
L’acqua, in pieno mare, li aveva cullati.
I primi scogli della terra hanno tolto ogni dubbio al viaggio.
Li hanno trovati uno addossato all'altro.
Sconosciuti e intimi.
Chi li ha raccolti non è riuscito a contarli.
Si chiamano naufraghi, ma ognuno aveva un suo nome.
E, quasi nessuno, aveva mai visto il mare, prima di morirvi.
di Rebecca


Il 18 aprile del 2015 fra le 700 e le 900 persone hanno perso
la vita in una naufragio nel Canale di Sicilia.
Pochissimi corpi sono stati ritrovati.
Tutte le anime sono rimaste nel Mediterraneo.





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